Il miracolo delle Ande

los andes

“Noi, un gruppo di mamme, ponemmo tutta la nostra speranza nella Vergine Maria apparsa a Garabandal e recuperammo vivi i nostri figli”, Sara Urioste, madre di uno dei giovani coinvolti nell’incidente aereo delle Ande, ottobre 1972.

La storia dell’incidente aereo che avvenne nell’ottobre del 1972 è una storia nota a molti, ma forse meno nota è la testimonianza di Sara Urioste, madre di uno dei giovani coinvolti nell’incidente, che attribuisce la vita di suo figlio e dei sopravvissuti all’intercessione della Vergine Maria apparsa a Garabandal.

L’incidente

L’aereo che decollò dall’aeroporto di Carrasco, Uruguay, in direzione Santiago di Cile, portava quaranta passeggeri e cinque membri dell’equipaggio. La maggior parte dei viaggiatori apparteneva alla squadra uruguaiana “Old Christians”: giovani tra i 19 e i 26 anni, che erano diretti in Cile per una partita contro una squadra cilena. La durata del viaggio doveva essere di 4 ore, ma, a causa del maltempo, il pilota decise di atterrare a Mendoza. Trascorsero la notte nella città e decollarono di nuovo il 13 ottobre. L’aereo partì alle 14.18. Alle 15.34 scomparve. Poco dopo che il pilota aveva annunciato alla torre di controllo che vedeva la città di Curicó entrò in un manto di nubi bianche e l’aereo iniziò a essere scosso con forza. I passeggeri guardavano fuori dai finestrini ritrovandosi con enormi cime di neve che passavano molto vicine all’aereo: iniziarono a pregare, aspettandosi lo scontro con una delle montagne. L’ala destra toccò il pendio della montagna e l’aereo si spezzò in due. Senza ali né coda l’aereo atterrò sulla neve. I sopravvissuti si trovavano nella cordigliera cilena a trenta gradi sotto zero durante le notti e la fame. Trascorrevano i giorni, morivano i compagni, e due di loro decisero di attraversare le montagne per arrivare in Cile. Il 22 dicembre 1972, dopo 72 giorni isolati da tutto, i sedici sopravvissuti furono recuperati.

Testimonianza di Sara Urioste

Noi, un gruppo di mamme, ponemmo tutta la nostra speranza nella Vergine Maria apparsa a Garabandal e recuperammo vivi i nostri figli.
Mentre stavo pregando nella mia parrocchia, con il cuore colmo di angoscia, qualcuno toccò il mio braccio e mise qualcosa sul mio banco. Dopo un po’ guardai indietro e la Chiesa era vuota.
Quel qualcosa era un’immaginetta mai vista prima della Vergine Maria con un “piccolo poncio” sulle sue spalle. Di ritorno a casa mostrai l’immaginetta, e mia sorella mi disse che l’aveva vista sulla copertina di un libro che le aveva regalato la signora China Herrán di Borgaleny.

Il giorno successivo comparve China con il libro e così venimmo a sapere della Sua Apparizione a Garabandal e del Suo Messaggio.
In quei giorni arrivò dagli Stati Uniti la nonna del ragazzo Roy Harley e, dopo aver svuotato le sue valigie, una nipotina, giocando con esse, sentì un leggero rumore e, pensando a qualche regalo dimenticato, la aprì e trovò una medaglia con la stessa immagine. Chiese alla nonna, la quale disse di non avere la più pallida idea di che cosa fosse quella medaglia; mai nessuno a New York aveva pensato di regalarle una medaglia, e ancora meno della Vergine Maria.
Non gridammo: “Miracolo!”, ma ci diede da pensare. Pochi giorni dopo la signora Ripia Ainás chiamò noi, un gruppo di “madri della cordigliera”, per mostrarci qualcosa che ci avrebbe interessato. Senza sapere nulla dei fatti precedenti, passò attraverso un proiettore delle foto di quanto era avvenuto a Garabandal.

Non abbiamo avuto bisogno d’altro per capire il richiamo della nostra amatissima Madre: rivolgemmo tutte le nostre preghiere a Lei, affinché intercedesse di fronte a Suo Figlio affinché i nostri figli tornassero.
In quei giorni tutto il mondo parlava di Garabandal, luogo sconosciuto, delle bambine veggenti e del Messaggio. Pregammo il Rosario, La pregammo, La implorammo per i nostri figli. Avevamo una fede assoluta che Ella, Madre come noi, ci avrebbe ottenuto da Suo Figlio il Miracolo.

La sentivamo così vicina a noi che in un giorno di terribile angoscia, in cui la ricerca era data ormai per conclusa, sempre sentendo che i nostri figli vivevano, ma con un’indescrivibile ansia pensando alle loro sofferenze, mia sorella Rosina e io pregavamo il Rosario in mezzo alle lacrime, e una voce molto chiara mi disse nell’intimo, arrivata al mistero della perdita di Gesù nel Tempio:

- Sì, Io soffrii molto per i tre giorni in cui persi mio Figlio, come potrei non immedesimarmi in voi, che da molti giorni avete perso i vostri. State tranquille, torneranno, ve lo prometto.
Passavano i giorni e aumentava il numero di persone che pregavano la Vergine di Garabandal per i nostri figli. Con che fede, con che forza! Eravamo noi quelle che consolavamo gli amici, i parenti che venivano ad accompagnarci, a farci le condoglianze... 72 giorni!, assicurando loro che i nostri figli vivevano e che la Vergine di Garabandal ci aveva promesso che ce li avrebbe restituiti sani e salvi. Cosa curiosa: di tutte le madri che andarono a cercare i loro figli in Cile, senza sapere se vivevano, si sapevano solo due nomi, “Parrado e Conesa”, e tutte, meno due che andarono per un errore di una notizia falsa, tutte trovammo i nostri figli vivi.
 
La delicatezza della Vergine Maria che non volle dare false illusioni...
Così che due amiche molto amate non erano presenti al momento della partenza all’aeroporto. Le chiamai ansiosamente ed entrambe mi risposero lo stesso:

- Sarita, non posso andare, c’è “qualcosa” che mi dice che non vada.
Nell’aereo, attraversando ormai la terribile cordigliera, osservai un sacerdote che leggeva un giornale in inglese, mi avvicinai per chiedergli che pregasse per noi che andavamo a cercare i nostri figli e gli dissi:
- Padre, parla spagnolo? Do you speak Spanish?
- Beh, figlia, da quando sono nato, mi rispose.
Notò la tensione nell’ambiente e mi chiese:
- Che cosa succede?
Gli risposi chi eravamo e che stavamo chiedendo il Miracolo alla Vergine di Garabandal. Eravamo lassù a seimila metri di altezza con la terribile cordigliera, in cui erano rimasti i nostri figli, proprio sotto all’aereo.
Quel sacerdote mi disse:
- Ma se io sono stato a Garabandal e presenziai al Miracolo con questi occhi!
La mia anima stanca, angosciata, abbattuta, ma afferrata alla mia fede e a nostra Madre, si inondò di pace. Di quale altra prova avevo bisogno per essere sicura che mio figlio viveva? Grazie, grazie Maria, Madre mia!
Poche ore dopo questo meraviglioso incontro, troppo grande per essere “coincidenza”, strinsi tra le mie braccia il mio figlio maggiore Eduardo, mentre mia sorella Rosina aveva tra le sue braccia suo figlio Adolfito.

Sara Urioste de Strauch.
Uruguay.

Testimonianza di Rosina V. de Strauch:

L’aereo partì da Montevideo il 12 ottobre 1972 e il 13 avvenne l’incidente, giorno dell’ultima Apparizione della Vergine di Fatima e nel quale si compì il grande Miracolo, “Segno di Dio”, cosa che fece pensare che nostra Madre prendesse sotto la Sua protezione i nostri figli.
Alcuni giorni dopo un’amica mi portò un’immaginetta di Nostra Signora del Carmelo di Garabandal e mi disse:

- La Vergine Maria vuole fare miracoli affinché si diffonda il Suo messaggio, ricevuto da alcune bambine a Garabandal.
Questo spinse noi, molte madri, a riunirci per pregare il Rosario ogni giorno chiedendo alla Madonna un miracolo, che, per l’umanamente inspiegabile salvezza, il mondo intero chiamerà “il miracolo delle Ande”.
Il governo e persone singole iniziarono la ricerca dell’aereo; iniziarono anche le visite di condoglianze, che non accettavamo, dicendo che la Vergine di Garabandal li avrebbe portati a casa per Natale, come esattamente avvenne; e tutti i giornali, le riviste, le radio e persino i radioamatori, che erano molti e di tutti i posti del mondo, parlavano di Garabandal.

Ci furono delle Messe di esequie per i ragazzi e per gli altri passeggeri e per i membri dell’equipaggio dell’aereo. Noi, assieme ad alcune madri, non dubitammo mai che i nostri figli erano vivi, anche se soffrivamo una vera e propria agonia pensando alle loro sofferenze. Leggemmo il libro “El interrogante de Garabandal” [N.d.R.: L’interrogativo di Garabandal] di Francisco Sánchez-Ventura y Pascual; ci proiettarono dei filmati sulle veggenti e persino domandammo se, dopo che sarebbe avvenuto il miracolo, dovevamo comunicarlo al Santo Padre. C’è un gruppo di persone che diffondono il messaggio: Teresa Terra è una di loro e ha persino scritto una lettera a Conchita, una delle veggenti, spiegandole tutto quando è avvenuto in Uruguay.

Così avvenne il nostro incontro con Maria in quei settantadue giorni di speranze.

Rosina V. de Strauch.
Uruguay.