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Documentazione


pucernauDott. Ricardo Puncernau, neuropsichiatra

Il Dott. Ricardo Puncernau era in quegli anni Vicepresidente della Società Spagnola di Sofrologia e Medicina Psicosomatica e Presidente dell'Associazione Spagnola di Ricerche Parapsicologiche.

"Ho soppesato, pensato ed osservato coscienziosamente e ho tratto la seguente conclusione: a Garabandal non è esistita né esiste altra causa, che lì agisca in relazione a quanto lì avviene, se non la Santissima Vergine."

In questi tempi in cui il mondo è "in subbuglio", sia a livello ecclesiale, sia a livello internazionale, sociale, familiare e personale, pieno di ingiustizie ed egoismi, abbiamo scritto queste righe, abbiamo osato scrivere queste righe. Sono una serie di relazioni semplici che parlano dei famosi avvenimenti di Garabandal, visti attraverso il prisma di un medico cristiano.

Il fatto di essere cristiano mi obbliga a dire strettamente la verità, se non nei minuti particolari, almeno nell'essenza della narrazione, nei punti importanti, ed oserei perfino dire anche nei particolari secondari della relazione.
Almeno coscientemente non mi sono spostato neppure di un filo da ciò che ricordo. Sono cose personali, mie, ma in relazione con la storia di Garabandal. Cose che non avevo mai detto. Cose che credo necessario dire. L'anno prossimo, 1975, è l'Anno Santo. Quale migliore occasione di questa per riesumare fatti che sembravano interrati per sempre, ma che in realtà non lo sono mai stati? È evidente che questo è stato scritto per coloro che già conoscono la storia di Garabandal. Se così non fosse, temo che molti non lo comprenderebbero né lo apprezzerebbero in ciò che rappresenta come testimonianza.

Barcellona, dicembre 1974.  Dott. Ricardo Puncernau.



Descargar pdfRELAZIONE DEL DOTT. RICCARDO PUNCERNAU, NEUROPSICHIATRA

 Barcellona, dicembre 1974. Dott. Riccardo Puncernau.

Perché feci tanti viaggi a Garabandal? 

In realtà non lo so neanch’io... Garabandal si trova a ottocento chilometri da Barcellona, città in cui risiedo abitualmente e in cui ho il mio studio neuropsichiatrico. Un mio buon amico, Giacinto Maristany, insisteva con frequenza che ci andassi, ma io fra me e me pensavo: “Non sono disposto a vedere isterismi, già ne vedo abbastanza nella mia professione di medico!”. Tuttavia… una sera dopo cena mi telefonò e mi disse (io allora non avevo una macchina mia) che Mercedes Salisachs, l’impareggiabile scrittrice, partiva alle quattro del mattino per recarvisi. Mi avrebbe aspettato con la macchina nella via Enrique Granados all’incrocio con la via Parigi. Io gli risposi che ci avrei pensato… che sicuramente avrei detto di sì… ma che se alle quattro non c’ero, che non mi aspettasse…

 E chi me lo faceva fare di alzarmi alle tre e mezza del mattino per essere pronto a partire alle quattro verso un’avventura di bambine isteriche? Quando stavamo andando a dormire, raccontai a mia moglie questo strano caso. Ci inginocchiammo ai piedi del letto matrimoniale per recitare le brevi preghiere della notte che eravamo soliti recitare. Appena finito, mia moglie aprì l’armadio, tirò fuori  la macchina fotografica e con mia grande sorpresa me la porse, dicendomi:

- Prendi… va’ a Garabandal e fai tante foto… 

Quell’insolito gesto di mia moglie, che non mi lascia mai, mi sorprese. Che strano!...

- Puoi portare con te Margherita… (Margherita è la più grande delle mie figlie… allora aveva otto anni…) 

- Ma…

 - Niente, vai a Garabandal…

 E la piccola Margherita era contentissima di quel viaggio imprevisto.

Cosicché, senza averlo programmato, alle quattro salimmo nella macchina di Mercedes Salisachs, ed iniziammo il viaggio a Garabandal. Il primo dei dieci o dodici che realizzai poi.

Ricordo ancora che in un albergo di Saragozza, dove ci fermammo e dove Mercedes Salisachs gentilmente ci invitò a pranzo, mangiammo riso alla cubana, uno dei miei piatti preferiti. Nel pomeriggio proseguimmo a tutta birra il viaggio e al tramonto di quella sera arrivammo a Garabandal. Che delizia di paesaggi! Che incanto di aria pura! Che disastro di strada di carri da Cosío a Garabandal!
La macchina slittava, scivolava vicino al precipizio che dava sul fiume, saliva, spingendo tutti, una salita ripidissima che era come una scalata al Naranjo di Bulnes dalla parete nord, cioè da quella più difficile. Passati i duecento metri della scalata e dato che Garabandal era vicino, decisi di fare a piedi il resto della strada. Gli altri proseguirono in macchina, già in piano. Io passeggiai tranquillamente godendo del paesaggio agreste della montagna, riposando, tranquillo dopo tanto viaggiare in macchina. 

La strada mulattiera era stata allargata un po’ ed era più accettabile. Alla sinistra della strada c’era una piccola roccia che sporgeva appena da un prato e, seduta su di essa, a circa trecento metri di distanza, si vedeva la figura di una giovinetta vestita di bianco che aspettava sua madre, che era andata a tagliare o a raccogliere da qualche orto vicino degli ortaggi. Guardai la ragazza, che doveva avere circa tredici o quattrodici anni, forse di più o forse di meno, ed ella, senza muoversi guardò me. Fu, almeno per me, uno sguardo speciale. Io, senza conoscerla, sapevo che era una delle bambine veggenti di Garabandal.

Non so perché lo sapevo, ma lo sapevo. Il suo vestito bianco risaltava sull’erba verde del prato. La sua figura mi parve molto gentile, in quel tramonto, quasi già crepuscolare, del mio primo contatto con qualcuno di Garabandal. E nientemeno, come seppi poi, con la persona più importante di quegli strani avvenimenti che mi avevano raccontato.

La cosa più curiosa è che, quando poi la conobbi, le dissi che l’avevo vista sul prato. Ed ella mi rispose in modo intenzionale ed incisivo, in un modo sorprendente:

- Anch’io ho visto te…

Io pensai fra me e me: “Attenzione, dottore, non ti far abbindolare…”. Però la verità è che mi sorprese la sua risposta: “Anch’io ho visto te…”.

Continuai a camminare. Passata una curva del cammino scorsi Garabandal, le sue case vetuste e pittoresche. Di fronte ad una specie di piazzetta, sotto l’unico albero, era parcheggiata la macchina di Mercedes Salisachs.

Ci accomodarono, per poter dormire, in una delle ultime case del paese, quasi in periferia. Era una succursale dell’ “Hotel Puncernau”, come spiegherò più avanti. Non c’è bisogno di descrivere le viuzze del paese illuminate, se c’erano, da delle deboli lampadine e ridotte a una vera fangaia. Piene di sassi e di calcinacci. Quando scomparve Mercedes Salisachs, mi ritrovai, oltre alla compagnia della mia figlioletta, un po’ perso nel paese. Alla fine della via principale del paese, seguendo la strada, si trovava la taverna di Ceferino, che allora esercitava le funzioni di sindaco del paese. Una delle sue figlie, Mari Loli, era precisamente un’altra delle veggenti.

Ceferino era davanti alla taverna, in piena piazzetta, insieme ad un gruppo di amici. Nell’avvicinarci, il gruppo di uomini ci guardò un po’ sospettosamente. Chi erano costoro? Cercai di intavolare una conversazione. A dire loro che ero medico, indietreggiarono un po’. Si vede che i medici non godevano di buona fama.

La sua reticenza non toglieva, malgrado tutto, la sua amabilità e le sue buone maniere. Ceferino mi parve un uomo degno, un po’ taciturno e astuto, ma come la maggior parte della gente di Garabandal con un cuore d’oro. Mi ricordo ancora che più avanti, quando diventammo amici, andava a pescare nel fiume, nella stagione di pesca e fuori di essa, per regalarmi delle trote. Non ho mai mangiato delle trote così buone come a casa di Ceferino.

Dopo un po’ si sparse la voce che Conchita era caduta in estasi. Poco dopo Jacinta e Mari Loli. Ed infine Mari Cruz. In stato di trance si unirono tutte e quattro e poi continuarono insieme recitando il Rosario, a cui rispondeva la gente che le seguiva.

Gettai uno sguardo alla strana processione ed entrai nella taverna di Ceferino a prendere una coca-cola. Nella taverna c’era una ragazza uruguayana che lavorava alle “Folies Bergères” di Parigi. Ben presto intavolammo conversazione. Mi disse che ella non solamente non credeva in quelle supposte apparizioni, ma che non credeva a nulla della religione. Era venuta a Garabandal per semplice curiosità. Dopo un po’ le proposi di uscire fuori per vedere ciò che avveniva con le veggenti. Le vedemmo da lontano, rannicchiati all’ombra di una casa, dirigersi verso la chiesetta del paese recitando il Rosario.

Dal nostro osservatorio nascosto guardavamo ciò che succedeva. Improvvisamente vedemmo che Conchita, in trance, si staccava dalla processione e si dirigeva, camminando normalmente ma con insolita velocità, verso di noi, che rimanevamo nascosti nell’ombra, appoggiati al muro di una casa. Aveva un piccolo crocifisso in mano. Io pensai: questa ha saputo che sei medico e adesso viene a ingraziarsi con te. Ma come ti avrà visto? Invece no. Si diresse alla mia compagna e le mise a viva forza il crocifisso sulla bocca perché lo baciasse, una, due e tre volte. La Vergine Maria era anche per le ballerine del “Folies Bergères”.

Poi Conchita, ugualmente in trance, si unì alle altre e continuarono a recitare il Rosario. La mia compagna, la ballerina, si mise a piangere alla disperata, con dei grandi e sentiti singhiozzi, così sconsolati che pensai che avrebbe avuto un attacco. La accompagnai fino ai banchi di legno che erano addossati al muro della taverna di Ceferino, all’esterno. La gente si affollò. Cercai di calmarla. Alla fine poté spiegare che aveva pensato “in mente”: Se è vero che appare la Madonna, che venga una delle bambine a darmi una prova”. “Avevo appena pensato questo quando Conchita venne di corsa verso di me a darmi da baciare il crocifisso. Io non volevo e le fermavo la mano. Ma lei, con una forza insolita, mi mise il crocifisso sulle labbra e non mi rimase altra scelta che baciarlo. Una, due e tre volte, io l’incredula, l’atea, quella che non credeva a nulla. Ciò mi emozionò oltremodo”.

Ci incontrammo, come dirò, nel treno di ritorno verso Bilbao. Più tardi so, perché ci scrivemmo qualche volta, che lasciò le “Folies Bergères” e ritornò con la sua famiglia in Uruguay. Questa fu la prima esperienza che osservai a Garabandal. La mia figliolina Margherita venne a dirmi che aveva sonno. Era già oltre mezzanotte. L’accompagnai  fino alla nostra stanza, aspettai che si mettesse a letto e mi sedetti ai piedi del letto per farle compagnia, almeno finché non si addormentasse. 

Poco tempo dopo mi disse: 

- Papà... se vuoi puoi andartene... qui non ho nessuna paura...  

- Davvero?

- Sì... vai tranquillo... 

La baciai, le augurai la buona notte e la lasciai che dormiva placidamente. 

Uscii per le stradine. Era una notte fredda e stellata. Gli astri brillavano, per un barcellonese, con un fulgore insolito. Pensai se era vero che la Madre del Cielo vegliava e proteggeva con le braccia stese gli abitanti e i viandanti di Garabandal. I miei figli non sono paurosi. Eppure per una ragazzina di otto anni rimanere sola nella periferia di un paese sconosciuto, così tranquilla, non smetteva di sorprendermi. 
Passeggiando per le viuzze scure e solitarie del paese, io avevo questa sensazione di protezione. Con la quantità e la qualità di gente che è salita a Garabandal,  non è mai successo nessun incidente sgradevole, che io sappia. L’unica volta che un camion di operai cadde per un precipizio nel fiume, nessuno si fece altro che qualche graffio. E che consti che in quei tempi la strada era per ammazzare un esercito intero, per quanto fosse motorizzato.

Me ne andai a continuare ad osservare la trance delle veggenti. Ma mi rifiutai assolutamente di rispondere al Rosario. Poteva trattarsi di una frode ed io non vi volevo collaborare. Il mio ruolo come medico era osservare freddamente i fatti. Ma che premeditata freddezza di cuore poteva resistere all’amabile calore di Garabandal?
Incontrai le veggenti di fronte alle porte chiuse della chiesetta. Vi rimasero un po’ attaccate, come se chiedessero udienza per entrare. Poi, senza perdere lo stato di trance, si girarono e stesero la braccia a forma di croce. 

- Stanno per fare l’aereo... stanno per fare l’aereo. 

Così sentii che sussurrava la gente che le accompagnava. Mi sembrò un’espressione un po’ popolana, ma è vero che, con le braccia stese, se ne andarono a correre per le viuzze di quasi tutto il paese. Era molto curioso, perché davano l’impressione di  muoversi appena, in una marcia un po’ alata, come se fosse un film “rallentato”, come in una pseudo-levitazione, però la velocità era incredibile, tanto che i ragazzi del paese, giovani e forti, nonostante i loro sforzi, non le potevano raggiungere. 

Dopo essere corse per tutto il paese, tornarono al passo normale e dopo un po’ uscirono dalla trance sorridenti. Speciale attenzione merita l’entrata in trance e l’uscita da essa. Esse dicevano che avevano tre chiamate. La prima era come un “vieni” accompagnato da una sensazione di gioia, la seconda era come un “vieni... corri... vieni” con molta maggior gioia e molto più incalzante. La terza chiamata coincideva con l’entrata fulminante in estasi.

Esse, le bambine, dicevano: ho già una chiamata, ho già due chiamate. Gli spazi di tempo fra di esse erano assolutamente irregolari. Qualche volta, quando sapevo che avevano già due chiamate, cercavo di parlare con loro cercando di distrarle e soprattutto di farle parlare di qualcosa che le interessasse. A volte in mezzo a una parola cadevano fulminate in ginocchio in stato di trance, nonostante le vedessi interessate a quello che stavano raccontando.

Questo richiamò molto la mia attenzione. Non è la forma normale di entrare in trance, tanto più se la persona non è condizionata da un segno o segnale. Fra gli astanti non c’era nessuno capace di capirlo. Né di sapere di che si trattasse.

Più di una volta eravamo andati con Conchita ai pascoli estivi a portare il cibo a qualcuno dei suoi fratelli. Qualche volta eravamo rimasti a fare un pic nic. Con Aniceto eravamo arrivati a vedere Tudanca dall’alto del pascolo.

Aveva organizzato una brusca fuga di cavalli selvaggi perché potessimo goderla. Nel frattempo Conchita era rimasta a preparare il pranzo. Tutti noi partecipanti alla gita ce ne andavamo un po’ a malincuore, perché tutti avremmo preferito rimanere a fianco di Conchita. Non ne avevamo abbastanza di tutto il lungo cammino in sua compagnia, volevamo di più. Che ragazzina incantevole! Carina e furba nel senso buono della parola. Con un senso dell’humour intelligente e fine. Buona senza bacchettonerie né stupidaggini. Completamente normale. Scherzosa e simpatica, era una ragazzina che innamorava.

Io avevo visto molte persone, uomini e donne, perfino sacerdoti, affascinati da lei. Era di una correttezza squisita con tutto ciò che potesse significare la più lieve parvenza di impurezza.
E la gente in genere, eccetto un paio di azioni disgraziate, era affascinata da lei, ma si comportava sempre con la massima correttezza. C’era una corrente di amore cristiano puro e senza macchia. Di vero amore. Dello stesso amore della Madre Celestiale. 

Già sulla via del ritorno facevamo tutte le ragazzate immaginabili, ridevamo come sciocchi, ma non osservai mai in lei il più lieve accenno di malizia malsana. Magari per ciò stesso era così attraente. Ci tiravamo sassi per scherzo e facevamo campionati per vedere chi era più alto. Tutt’ e due baravamo, mettendoci in punta di piedi di nascosto. In qualche momento, ciononostante, rimaneva seria e come assente. Come se avesse qualche speciale esperienza interna. Questo era il miglior modo per conoscere la ragazzina, più che facendole esami e tests, anche se le ho fatto pure quelli. La stessa cosa potrei dire di Jacinta, Mari Loli e Mari Cruz.

Univano alla loro gagliardia del nord della Spagna una simpatia senza limiti. Una volta Mari Loli mi raccontò, una delle prime volte, che quando era piccolina era infastidita, perché la gente di giorno e di notte la seguiva dappertutto e non la lasciavano nemmeno fare pipì con tranquillità.

Tenendo conto che in tutto il paese c’era un solo “water closet”, un solo bagno. Nulla di imbecillità. Tutto semplice e normale. Non osservai mai che volessero fare le santerelle. Certamente non citerò i nomi dei disgraziati che vollero insinuarsi malevolmente con Conchita. Insinuazione che d’altra parte rimase immediatamente tagliata dall’interessata stessa.

Era curioso osservare, come ho detto prima, che tutti desideravano la compagnia delle ragazzine: uomini e donne, giovani ed anziani, preti e laici. Senza dubbio innamoramento trasferito alla Madonna, che dicevano che vedevano e a cui parlavano. Però in molti casi l’amore non trascendeva ma rimaneva nella ragazzine stesse, cosa che d’altra parte mi sembrava molto umana e naturale.

Quando ormai Mari Cruz non aveva più apparizioni e la altre bambine sì, mi causò pena, la notavo triste per quel motivo. Le diedi la mia fede, perché la desse a baciare alla Madonna, come era solita fare. In quel viaggio rimasi a Garabandal tre giorni e mezzo. Ella molto contenta: si mise il mio anello in una delle sue dita. Passarono i tre giorni e Mari-Cruz non aveva apparizioni, non entrava in trance. La notte del giorno in cui dovevo partire, le dissi: “Dovrai restituirmi l’anello, perché alle tre del mattino devo andarmene”. “Me lo lasci un po’ di più... magari questa notte ho l’apparizione”.

Glielo lasciai. Le altre tre entrarono in estasi. Tutte e tre camminavano in trance, tenendosi a braccetto. Mari Cruz si avvicinò, prese a braccetto una della altre, alzò la testa e così camminò dieci o dodici passi per vedere se entrava in trance anche lei, ma non ci fu trance. Si staccò triste, senza dire una parola, mi restituì l’anello e se ne andò a testa bassa.

Devo dire, ciononostante, che l’anello era già stato baciato un’altra volta, in un’estasi di Conchita. Spiego questo perché si veda fino a che punto l’estasi veniva quando veniva... non quando loro volevano.

Il comportamento trasparente di Mari Cruz non poteva ingannare nessuno. Se io le diedi l’anello, fu per puro affetto verso la bambina e perché mi faceva pena vederla triste. Non si trattava di qualche stratagemma.

In una delle gite al pascolo estivo, rimasi a mangiare invitato da Serafín, il fratello maggiore di Conchita. Mio figlio Augusto, invitato a bere del latte appena munto, non lo poté digerire, o magari gli fece schifo, il fatto è che lo vomitò. Si sentì male e scese in paese, dove quella volta c’era mia moglie Julia.

Rimasi quindi solo con Serafín e pranzammo nella capanna delle mucche. Dopo pranzo cercai di tirargli fuori delle informazioni, poiché si diceva che sapeva da Conchita quando sarebbe stato l’avvertimento. Giunsi alla conclusione che, se lo sapeva, non lo voleva dire.

L’unica cosa che mi fu chiara era che sarebbe stato preceduto da una avvenimento speciale nella Chiesa: dopo molte domande e deduzioni mi sembrò di capire, per quello che mi disse un po’ oscuramente, che sarebbe stato qualcosa di simile ad uno scisma. O almeno così lo intesi io.

Mi raccontò che in inverno passava mesi interi senza scendere in paese. Gli chiesi come passava il tempo e mi rispose che pensava e leggeva qualche romanzo.

Serafín era allora un uomo molto simpatico e piacevole. Aveva qualche dubbio sulle cose che succedevano a sua sorella. Mi ripeté ciò che mi aveva già detto Aniceta, che Conchita era molto portata allo scherzo e che a volte lo portava ad oltranza. 

Dava tuttavia l’impressione di trovarsi disorientato di fronte a quei fatti insoliti. Gli succedeva come a me, che credevo, come dicevo a Conchita, “cinque minuti sì e cinque minuti no”.

Ma, comunque sia, ciò che è vero è che notavo in me un aumento di fervore religioso. Al tramonto scesi da solo verso il paese per il sentiero dei pascoli. Mi fermai un momento dove non so chi, secondo quanto mi aveva detto Conchita, aveva avuto un bambino, proprio lì, sulla roccia.

Recitai un’Ave Maria passando per la scarpata, dove a volte scivolavano pietre enormi, formando una specie di “fiume di pietre”. Attraversai prima il ruscello, mi trattenni contemplando il paesaggio duro e selvaggio, e, quando sboccai vicino alla casa di Aniceta, c’era la consueta chiacchierata della sera, sulla panchina di legno addossata al muro della casa, la cui anima era, come no, Conchita stessa.

Qualche signora appiccicosa la teneva sempre afferrata per il braccio come se fosse una reliquia vivente. Lì si parlava di tutto e di nulla. C’erano coloro che accettavano una conversazione piacevole  e non trascendente, ma c’erano degli altri, fra i quali qualche sacerdote, che non smettevano di investigare e fare domande, di assalire la povera bambina. Che santa pazienza! Spesso durante queste chiacchierate il nonno di Conchita, un vecchietto simpaticissimo e brioso, era seduto sulla stretta panchina di legno. 

Ad ogni modo, Conchita sapeva liberarsi da visite troppo impertinenti e saliva nella sua stanza o si metteva a saltare alla corda. 

Questa narrazione non ha altro merito che, all’interno delle nostre limitazioni umane, all’interno di ciò che ci fanno conoscere i nostri sensi, all’interno dell’uso retto e corretto dell’intelligenza che Dio ci ha dato, dire la verità e nient’altro che la verità. Ed io non dico tutta la verità, perché altrimenti la narrazione sarebbe interminabile.

Senza alcun’altra preoccupazione, scrivo dunque i fatti o le circostanze che ricordo bene e con chiarezza. Scrivo come medico cristiano, ma più come medico che come cristiano. Che per favore nessun fanatico si scandalizzi, come mi è già successo altre volte.

Di certo è un fatto di osservazione e di introspezione che nessuno si stanca mai di parlare di Garabandal. Inoltre,  queste conferenze, che a volte sono ripetizione di altre precedenti, non stancano mai e sono accompagnate da una strana gioia interiore per colui che le pronuncia ed oserei perfino dire per colui che le ascolta.

Mia moglie ha sentito molte, moltissime volte la stessa conferenza, più o meno, e mi dice che mi ascolterebbe per tutta la vita. 

Ascolterebbe cose che a volte sa meglio di me. Sono un uomo a cui dà molto fastidio dover ripetere una stessa conferenza medica o para-medica. Ne rifuggo come dalla peste. È superiore alle mie forze. 

Invece, trattandosi di Garabandal, non mi stanco, ma mi piace e mi dà perfino una gioia inusuale. È come un’ubriachezza di gioia. E non solo nelle conferenze, ma in semplici riunioni o chiacchierate. Tanto è così che dovevamo stare attenti perché altrimenti si sarebbero fatte le tre e le quattro del mattino parlando di Garabandal. 

E la cosa più curiosa è che era un eterno “ritornello” sugli stessi temi. Era un fatto assai curioso. Probabilmente il demonio si intrometteva anche lui, perché nascevano delle specie di gelosie malsane di essere stato il primo a sapere una cosa o di godere di una maggior confidenza con le bambine, o di vantarsi, cosa che in generale non era certa, di essere in possesso di qualche segreto sconosciuto agli altri.

Erano un vantarsi e delle gelosie abbastanza sciocche, che non potevano essere altro che opera del Tentatore. La cosa certa è però che sono giunto a dare novanta conferenze su Garabandal, la maggior parte con la collaborazione grafica di David Clúa, senza mai stancarmi.

E dovevo sempre accorciarle, perché altrimenti temevo che le conferenze si sarebbero fatte interminabili e pesanti. Mi limitavo, come faccio nel presente scritto, ai fatti più importanti. Questo affetto a tutto ciò che si riferiva a Garabandal si estendeva in modo spontaneo a tutti i Garabandalisti, eccetto una mezza dozzina di fanatici, che in totale buona fede, ne sono sicuro, molte volte esageravano. 

A motivo di un opuscolo che pubblicai, in cui, per dimostrare il poco apprezzamento che avevamo per le cose della Madre, mi venne in mente di mettere in copertina una macchia di inchiostro, mi scrissero delle lettere feroci, non appropriate per dei cristiani, che ancora conservo. E questo in nome della Madonna...!

Ma, a parte di questo gruppetto di fanatici ad oltranza, il resto dei Garabandalisti mi sembrarono gente molto assennata e molto buona, che senza dubbio davano prestigio ai fatti di Garabandal. Non parliamo poi della gente del paese che, nonostante i sospetti (“nessuno è profeta nella sua terra”) e i dubbi, erano gente così buona che con piacere sarei rimasto a vivere con loro.

In quest’attività di diffusione di Garabandal, più avanti ci aiutò per conto suo il buon dottor Sanjuán Nadal.

Il secondo viaggio che feci a Garabandal fu con mia moglie ed il mio figlio maggiore Augusto. Mia moglie rimase molto delusa di ciò che vide a Garabandal e le sembrò qualcosa di ben poco conto. Mio figlio Augusto, con il suo carattere serio e chiuso, non disse quasi nulla. 

Mia moglie Julia diede a Mari Loli in estasi la fede matrimoniale da far baciare alla Madonna. Siccome le era stretta e non se lo poteva sfilare, la bambina le prese la mano e la fece girare come se la Vergine baciasse “in situ” la fede.

Ma ripeto, tutto le sembrò puerile e dappoco. Tuttavia, in quelle corse che facevano ai Pini e delle quali parlerò poi, davanti alla porta della Chiesa dove si erano fermate come erano solite fare, le venne in mente di toccare la guancia di una delle bambine (credo fosse Mari Loli) e mentre tutti eravamo sudati e stanchi, secondo la felice espressione di mia moglie, le guance di Mari Loli sembravano “una pesca appena tirata fuori dal frigorifero”.

La prima volta, come dissi, andai da solo (con la piccola Margherita). Nel treno Santander-Bilbao incontrai la stessa ragazza delle “Folies Bergères”. Ci sedemmo insieme ed iniziammo a parlare di cose di poca importanza: durante la conversazione e dato il caldo che faceva, mi offrì uno di quei fazzolettini impregnati di colonia perché mi rinfrescassi le braccia e la fronte.

Nonostante non mi piacciano molto i profumi, accettai e me lo passai sulle braccia e sulle mani. A Bilbao ci salutammo, ci scambiammo gli indirizzi e continuammo a scriverci ogni tanto, su Garabandal naturalmente. Ci rimanevano circa tre ore di attesa per prendere l’espresso per Barcellona e ne approfittammo per passeggiare un po’ per Bilbao.

Nell’ora stabilita salimmo sul vagone letto e andammo a cenare al vagone ristorante. Margherita con tutte quelle novità si stava divertendo un mondo. Mi sembra che fu durante la cena che iniziai a notare il profumo. Sembrava provenire dalla mia mano sinistra e dal mio braccio sinistro.

All’inizio lo attribuii alla colonia della ballerina delle “Folies Bergères”. Non gli diedi grande importanza. Ma già nel nostro scompartimento iniziai a notare di nuovo il profumo. Allora mi resi conto che si sentiva a raffiche. Era molto intenso, simile al sandalo. Profumava solo il lato sinistro. Durava per circa due minuti e poi scompariva del tutto. Non aveva intervalli fissi.

Dissi a me stesso che era una cosa suggestiva, tanto che non lo dissi nemmeno a Margherita. La successiva raffica di profumo intenso mi sembrò localizzata nell’anello baciato dalla Madonna. Almeno era il luogo da cui usciva più forte. Interiormente sentivo vergogna di lasciarmi suggestionare come un isterico.

Non dissi nulla a nessuno, ma le raffiche di profumo di sandalo (almeno era quello che gli assomigliava di più) venivano molto intense, ogni tanto, nel momento più impensato.

Il giorno dopo lo strano profumo si ripeté ad intervalli regolari. Arrivando a casa, avemmo il tempo giusto per cambiarci un po’ e ci trasferimmo in treno a Cadetas, dove la mia famiglia passava l’estate. Infine osai raccontare del profumo a mia moglie, in segreto, la quale, come è naturale, mi prese per pazzo. Invece, quella stessa notte, già nella nostra stanza e mentre ci stavamo svestendo per andare a dormire, venne il profumo. Avvicinai la mano a Julia e le dissi:

- Toh, adesso senti il profumo... 

Ella mi prese la mano per pura cortesia, convinta che stessi dando i numeri. Si avvicinò l’anello al naso e quando, secondo quanto ella stessa mi raccontò, stava per dirmi: 

- Io non sento niente... 

La vidi impallidire e diventare bianca come il muro della stanza, senza poter dire una sola parola e piena di emozione.
- È vero... profuma... come di sandalo...

Il giorno dopo, in spiaggia, ritornò il profumo più forte che mai. Io ero sorpreso che la gente non si girasse a chiedere che cos’era. Con me sulla riva c’era mio figlio Augusto.

- Toh, prendi, gli dissi.

- Sì, rispose lui con la sua abituale serietà

sì, questo profuma… non so di che cosa, ma profuma intensamente...

Non vi prestò maggior attenzione e si gettò in mare. Quella fu l’ultima volta che percepii quello strano profumo. Poi mai più. Mia moglie, nonostante il profumo, continuava con i suoi dubbi, finché non le successe un fenomeno insolito come racconterò più avanti.

Julia, mia moglie, salì a Garabandal solo una volta. Con noi in quel viaggio venivano anche Padre Alba, mio figlio Augusto, il signor Serra, un ottimo autista, e il simpatico signor de Pedro. Padre Retenaga non salì mai con me, né il Dott. Ortiz esaminò mai alcun esame medico che io avevo fatto alle bambine.

Desidero far constare che il Dott. Celestino Ortiz Pérez ha sempre meritato ogni mio rispetto, fiducia e simpatia. Puntualizzando, l’unica cosa che direi è che lo trovo eccessivamente emotivo. Emotività che è prodotto della sua bontà naturale.

In quel viaggio Julia restò delusa. Tutto l’insieme le sembrò, come poi al famoso vescovo Puchol, un gioco di bambine. Senza grande importanza. Allora avevamo il resto della famiglia in vacanza a Caldetas. Julia, quasi senza fare scalo a Barcellona, si trasferì a Caldetas. Io ci andai il sabato seguente.

E quale non fu la mia sorpresa quando la trovai completamente cambiata rispetto a Garabandal. Mi raccontò che il giorno prima, passeggiando a metà pomeriggio per il frondoso parco municipale di Caldetas, di platani ibridi, nel momento più impensato, si era sentita come assente dalla realtà e come trasferita a rivivere tutto di Garabandal, come se fosse sonnambula e come se la gente e le cose del parco fossero irreali. Tutto questo, con una grande certezza della veridicità di tutti gli avvenimenti di Garabandal, con un immenso aumento di amore per la Madonna, con una sicurezza ed un’emozione vivissime.

“Io alla Vergine avevo sempre voluto bene... ma cosa vuoi che ti dica... invece adesso...” mi diceva. Questo stato le durò per degli istanti nel tempo cronologico e molto di più nel tempo interno o psichico. Da allora è convinta di Garabandal e di tutto ciò che significa e comporta.  Convintissima, e continua ad esserlo. Lo è stata sempre... Non ha mai avuto alcun dubbio. Mai.

Insieme a questo ci fu un aumento notevole nell’amore spirituale nel nostro matrimonio, accompagnato da una strana sensazione di gioia interna, che oserei definire ultraterrena.

Qui voglio solo sottolineare un punto. L’ho soppesato, pensato ed osservato in coscienza, e sono giunto alla seguente conclusione: a Garabandal non è esistita né esiste alcuna altra causa che agisca lì, se non la Madonna, la Santissima Vergine Maria per i credenti e per i non credenti. Certamente non c’è alcuna causa umana, alcuna persona che agisca in Sua vece, né vicino né lontano.

Al momento di scrivere queste righe sono Vicepresidente della Società Spagnola di Sofronologia e Medicina Psicosomatica e Presidente dell’Associazione Spagnola di Ricerche Parapsicologiche. Cioè qualcosa capisco di tutto questo.

A Garabandal a quanto pare bisognava essere umili. Ero arrivato in paese quel pomeriggio stesso. Avevo intenzione di esaminare Conchita, non solo dal punto di viste neurologico, ma anche da un punto di vista psichico.

Verso la fine del pomeriggio mi diressi alla casa di Conchita, quando la bambina era solita starvi, se non per realizzare l’esame allora, almeno per fissare un appuntamento per il giorno dopo.

Tutti hanno diritto di avere un momento di malumore. Entrai in cucina per spiegare a Conchita il mio proposito. Ma, appena iniziai a parlare, sua madre Aniceta mi buttò fuori di lì arrabbiatissima. Rimasi immobile per la sorpresa e me ne andai.

Non mi era mai successa una cosa del genere. Aniceta, per non parlare di Conchita, mi aveva sempre trattato con la più squisita educazione. Come spiegherò poi, io avevo già esaminato le altre bambine ed avevo parlato con Conchita per esaminare anche lei più avanti.

Me ne andai a cenare, la notoria tortilla e un po’ di salame, e poi mi trasferii all’ “Hotel Puncernau”, come chiamavo per scherzo la casa, la prima a destra entrando per la via Maggiore, proprietà di due fratelli, tutti bontà e franchezza. 

Non posso negare che, dopo lo scorno che mi aveva dato Aniceta, ero di malumore. Poi mi rasserenai e pensai che se tutto questo era cosa di Dio ed era conveniente esaminare Conchita, tutto si sarebbe fatto, e se non era conveniente o non era di Dio, non sarebbe venuto che un esame approssimativo.

Accettai cioè con umiltà ciò che Dio avrebbe disposto. Dormii benissimo. Dopo aver fatto colazione con il mio buon caffè latte, mi preparai a fare un giro per il paese, senza meta fissa. In una delle stradicciole mi scontrai per caso con Aniceta. 

- Lei che cosa desiderava ieri sera...? 

- Poter esaminare sua figlia...

- Venga con me... credo che adesso sia in casa...

 Arrivammo a casa sua.

-- Conchita... Conchita... qui c’è il Dott. Puncernau che vuole esaminarti.

È meglio nella tua stanza... perché qui in basso non vi lasceranno tranquilli... salga... salga, dottore...

Conchita mise due sedie, una di fronte all’altra, a fianco del suo letto. Lasciammo la porta aperta.

Aniceta si muoveva per la casa e ogni tanto saliva a cercare qualcosa e a controllare che cosa facevamo. Non disse neanche una parola. 

- Innanzitutto, togliti le scarpe e sdraiati sul letto.

Ben presto era senza la specie di scarpe di tela che portava. Desidero sottolineare che aveva i piedi pulitissimi. I piedi e le gambe. Esaminai il riflesso della rotula, quello di Achille, quello della pianta del piede... la sensibilità esterna e intraccettiva, il sistema motorio e cerebellare, il cranio, ecc. Poi, già seduta sulla sedia, terminai l’esame neurologico. Poi le feci un test di Koch ed un Rorschach. Insomma, un po’ di tutto.

Il test di Rorschach fu qualcosa di sorprendente: ad una velocità incredibile diede più di 70 risposte, completamente logiche e molte di movimento. Aveva un’immaginazione vivissima con tendenza alla fabulazione. Il test Wechier_Bellevue diede un grado di intelligenza superiore.

Rimanemmo, con grande mio compiacimento, più di due ore insieme nella sua stanza. Un momento in cui rimasi in silenzio, mi chiese: 
- A cosa pensi, dottore?

 Io in modo spontaneo risposi:
- Stavo pensando... che si sta molto bene qui con te... 

Nella mia risposta non c’era la benché minima ombra di un cattivo pensiero. Risposi semplicemente la verità e non me ne pento. I suoi occhi fra il picaresco e il ridente mi dicevano: non la prenda così sul serio, dottore... Ma la verità è che si stava bene... molto bene lì.

Sono conosciuti da tutti i garabandalisti i dubbi e le negazioni delle veggenti stesse, d’altro canto preannunciati in anticipo. Come conviene procedere in questo studio?

Il primo problema che dobbiamo considerare è cercare di verificare se è possibile la spiegazione che sembrava presentarsi in termini molto semplici:

a) Tutto era stato un gioco di bambine.
b) Le bambine, pentite del loro gioco, avevano confessato infine la verità.

La prima affermazione è inaccettabile per gli studi medici. Persino nel caso in cui la bambine avessero in alcuni momenti aggiunto “qualcosa” di loro invenzione, è completamente inverosimile che TUTTO sia stato un gioco di bambine.

Il medici stessi della Commissione nominata, una volta per tutte, a mio parere avevano la preparazione scientifica sufficiente per scoprire fin dai primi momenti una soverchieria infantile.

Quegli stati di trace estatico, con perdita della sensibilità e della sensorialità, l’abolizione del riflesso fotomotore e dell’occlusione palpebrale, la plasticità muscolare cerea durante le trance, la resistenza alla fatica, il mimetismo esatto con i cambi di espressione emotiva del volto nelle quattro bambine allo stesso tempo (senza nessun tipo di contatto) e nello stesso istante, ecc., ecc., non si possono considerare assolutamente un gioco di bambine. La storicità medica dei fatti di Garabandal, di cui ci sono abbondanti testimonianze fotografiche, è incontrovertibile.

In un altro dei miei viaggi, andai a Santander con l’amabile segretario della Commissione. Passammo dieci ore ripassando tutto ciò che si considerava negativo riguardo a Garabandal. Come risultato di questo studio, il cui peso specifico era poco concludente, si decise di andare a trovare il rappresentante del Vescovo (questi si trovava al Concilio), per chiedergli la formazione di una nuova Commissione di Studio. Il signor Vicario ci promise di comunicare la nostra richiesta al Vescovo. Ma che io sappia non è stata data alcuna risposta.

In una delle mie visite a Garabandal chiesi il permesso ai genitori di Mari Loli e di Jacinta di lasciarmi sollevare le bambine durante lo stato di estasi. Non mi fu opposta la minima obiezione. Alzai separatamente Mari Loli e Jacinta in piena trance. Esse erano inginocchiate e io le alzai, afferrandole dai gomiti piegati.

Notai una marcata plasticità cerea dei loro muscoli. Mi avevano raccontato previamente che quando le bambine erano in estasi nessuno riusciva a muoverle, ad alzarle, malgrado le persone che ci provavano avessero una forza notevole. Io ho una forza normale, piuttosto poca che molta. Tuttavia le alzai circa due spanne da terra con estrema facilità. 

Se non fosse perché in questi momenti la suggestione può giocare un brutto tiro, io potrei assicurare che pesavano meno dello stato normale. Quando furono di nuovo nello stato normale, chiesi loro che si mettessero nella stessa postura, entrambe erano corpulente ed ebbi l’impressione che mi costava molto di più che nello stato di trance. Ossia io assicurerei che c’era un’evidente diminuzione di peso nello stato di estasi. 

Però devo confessare che feci un piccolo imbroglio. Senza perdere, per quanto fosse possibile, la mia freddezza e la mia lucidità medica, pregai un’Ave Maria con tutto il fervore di cristiano prima del mio tentativo. Ecco il mio imbroglio.

Un altro giorno chiesi ai familiari di Conchita che, se aveva un’estasi di tipo deambulatorio, mi lasciassero andare incollato a lei tutto il tempo. Non ci fu alcuna obiezione. Proprio quella sera avevo annunciato a Conchita la mia intenzione di esaminarla. A quanto pare la bambina rimase un po’ preoccupata.

Durante la lunga trance, camminando per le stradine del paese, sentii chiaramente che sussurrava il mio nome. 
- È buono il Dottor Puncernau? 

- Beh… ma questo avrà poca importanza…

Questa fu parte della conversazione con la sua Visione, che captai. Alla fine dell’estasi (c’era molta gente) le chiesi che mi dicesse ciò che le aveva detto la Madonna di me. Io ero incerto. Pensavo: vediamo se le salta in mente di dire tutti i tuoi peccati… Come se indovinasse i miei timori, Conchita mi disse:

- La Vergine Maria non dice mai i peccati di nessuno…

In un momento in cui la lasciarono più tranquilla, mi scrisse sul retro di un’immaginetta, che naturalmente conservo, quanto segue: “La Vergine mi disse che era molto contenta di Lei, che stava dando molta gloria a Dio e che ciò che Lei sta studiando si realizzerà e trionferai. Conchita”. (copia testuale)

Richiamarono la mia attenzione i superlativi. Questa deve essere una cosa della bambina stessa. Ma quale Madre non trova tutte le grazie in suo figlio anche se fosse una persona famosa o un mascalzone! 

Un altro dettaglio che voglio raccontare è il seguente. Frequentemente nelle loro camminate estatiche si toglievano le scarpe e andavano per le stradine piene di fango, pietre, cocci, vetri ed escrementi del bestiame, ecc.
Anche se io personalmente non ero presente, mi assicurarono che era passata scalza su un cumulo di braci accese e sparse. Quel giorno, quando seppi che aveva due chiamate, pregai Conchita che mi lasciasse esaminarle i piedi, cosa a cui ella si prestò di buon grado togliendosi le vecchie scarpe di tela da entrambi i piedi. Osservai in particolare la pianta dei piedi. Erano puliti, forse più di quanto sarebbe dovuto al fango delle stradine, oppure se li era appena lavati. Non lo so.

Ebbe un’estasi lunga, a metà della trance perse una scarpa e continuò a camminare con un piede scalzo. Poco dopo osservai che si toglieva l’altra, sempre in estasi. Camminò per le stradine del paese a lungo con i piedi scalzi, passò sul fango e tutti i soliti residui. Terminò l’estasi scalza nella cucina di casa sua. Immediatamente le chiesi che mi lasciasse vedere i piedi ancora scalzi. Cercai qualche graffio, qualche lacerazione, qualche contusione ai piedi. Nulla. Quando mi stancai di esaminarle i piedi, si mise di nuovo le scarpe di tela.

Fino a più tardi non mi resi conto di un fatto essenziale. Aveva i piedi così puliti come prima di camminare sulla nota fanghiglia delle stradine. E non se li era potuti pulire con nulla. Ne sono sicuro, perché non l’avevo persa di vista. Non si era nemmeno sporcata i piedi.

Ci sono molte, molte cose da raccontare su Garabandal. La maggior parte si trovano nei numerosi libri e libretti che sono stati scritti, con maggiore o minor successo, su Garabandal e i suoi protagonisti. Prima ho detto che in questa corta relazione ho cercato di separare ciò che mi riguarda come medico da ciò che mi riguarda come cristiano e innamorato della Vergine Maria. Sono due cose distinte. 

Pochi giorni fa ho saputo della morte di Ceferino. Ceferino, che riposi in pace, era un uomo che sembrava un po’ rozzo per la sua sincerità. Fu lui che mi raccontò quanto segue.

Era inverno. Non c’era nessuna visita nel paese. C’era vento e faceva molto freddo. Verso le tre di notte sentì Mari Loli che si alzava e si vestiva. 

- Adesso dove vai...? 
- La Madonna mi chiama al “quadro”... 
- Sei pazza, con il freddo che fa...? 
- La Madonna mi chiama al “quadro”... 
- Vediamo se uscirà qualche lupo... fa’ ciò che vuoi... ma né tua madre, né io ti accompagniamo...

Mari Loli finì di vestirsi, aprì la porta di casa e andò al quadro, a circa duecento metri dal paese. Se io fossi stato sicuro che era la Madonna non mi sarei mosso dal letto... la Madonna si sarebbe presa cura di lei... ma siccome non eravamo sicuri, ci alzammo, mia moglie ed io, e ci incamminammo verso il quadro. 

La trovammo in mezzo al vento, in ginocchio, in estasi. Faceva un freddo terribile. Pensando che fosse gelata, le sfiorai le guance. Era calda, come se non fosse uscita dalle lenzuola del letto. Rimanemmo più di un’ora lì. Morti di freddo. Mentre lei proseguiva così tranquilla, parlando con la sua Visione. A quanto pare la penitenza dovevamo farla noi genitori...” 

Più o meno questo è ciò che mi raccontò Ceferino una sera mentre eravamo seduti a un banco della sua taverna. Se dovessi raccontare, ripeto, tutto ciò che vissi a Garabandal sarebbe come scrivere un libro delle dimensioni simili al Dott. Zivago. Questo non è il mio proposito. La maggior parte degli avvenimenti di Garabandal sono già stati scritti nell’abbondante letteratura, nazionale e straniera, che è stata pubblicata.

Ho voluto solo menzionare una serie di fatti che, essendo molto personali, non avevo raccontato finora a nessuno o forse a ben poche persone della famiglia. Ho aspettato quindici anni.

Naturalmente, grazie a Dio, sono un uomo che ha fede, una fede fondata in altre cose, nell’osservazione della Storia. Ogni volta che è sorta una spiegazione che sembrava scuotere le fondamenta della religione, ho constatato che, con un po’ di tempo e pazienza, veniva fuori una nuova spiegazione che abbatteva i pregiudizi contrari.

Riconosco che mi sarebbe piaciuto molto di più scrivere le pagine precedenti come cristiano convinto, ma non era il ruolo che mi era stato assegnato. Le ho scritte perciò con tutta la freddezza possibile e soprattutto, al di sopra di tutto, con assoluta sincerità.


 

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